È, questo, l'editoriale più difficile da scrivere, collocato com'è su un crinale da cui si diramano
gli orizzonti di due anni. Da un lato, ci si affaccia sulla valle dei giorni ormai finiti, non di
rado archiviati col timbro del pessimismo, quasi fossimo sempre in presenza di un annus horribilis.
L'ironico Dizionario del diavolo dell'americano Ambrose Bierce non aveva esitazioni. Alla voce Anno
recitava: «Periodo fatto di 365 delusioni». D'altro lato, si allarga la pianura dei giorni futuri
sui quali cade, invece, la retorica degli auguri che spargono ottimismo e certezza di felicità e
prosperità. Su questo crinale mi avventuro anch'io per condividere, però, coi lettori solo poche e
semplici riflessioni. Lo spunto della prima me lo offre un cantautore che tutti conoscono, Claudio
Baglioni: «A volte più che di un mondo nuovo, c'è bisogno di occhi nuovi per guardare il mondo».
Siamo spesso afflitti da una sorta di daltonismo spirituale; il nostro sguardo non è più abilitato a
cogliere la ricchezza dei colori; indossiamo lenti scure che ci mostrano solo l'ombra della storia,
immaginandola soltanto sotto il segno del male, della perversione, della negazione. Ignoriamo che,
accanto all'egoismo, all'indifferenza e alla vacuità di molti, c'è una folla di persone che si
dedicano silenziosamente ai miseri della terra, attraverso un volontariato sempre più generoso. Ci
sono chiese e comunità che assumono anche su di sé il carico della crisi che attanaglia tante
famiglie. È quel bene, come ha detto Benedetto XVI, sul quale non si puntano mai i riflettori
dell'informazione. C'è un altro pensiero che vorrei condividere coi lettori di Avvenire. Essi hanno
ragione di indignarsi nei confronti della corruzione pubblica e privata che anche lo scorso anno si
è ben attestata sulla scena mediatica, oppure di sbuffare davanti a una politica così litigiosa e
inconcludente. Certo, speriamo che un ritorno di saggezza si manifesti e si insedi nei palazzi del
potere politico ed economico, anche sulla base degli appelli del presidente della Repubblica, di
tanti pastori e persone stimate e oneste. C'è, però, un'ulteriore necessità primaria che riguarda
quello che potremmo chiamare il ritmo del respiro della vita sociale. «Per compiere grandi passi,
non dobbiamo solo agire, ma anche sognare; non solo pianificare, ma anche credere». Era lo scrittore
Anatole France a suggerirlo nell'Ottocento, ma l'idea è forse più adatta alla situazione odierna in
cui un po' tutti, e non solo i governanti o i protagonisti della vita pubblica, ci siamo assuefatti
al piccolo cabotaggio, all'interesse privato, al vantaggio e alla sicurezza personale o di gruppo.
Clint Eastwood in un suo film aveva questa battuta ironica: «Se vuoi una garanzia a tutti i costi,
allora comprati un tostapane!».
Nella scuola, nella famiglia e talora persino nella religione ci si accontenta sempre più del minimo
comun denominatore. Sappiamo, però, che quando ci si abitua alle piccole cose, si diventa incapaci
delle grandi. Ecco, infatti, l'incombere dei luoghi comuni, il rinchiudersi a riccio nella propria
cerchia, il timore per gli orizzonti vasti che si aprono, l'assenza degli ideali, la caduta della
ricerca della verità e dei valori permanenti. Per essere veramente uomini e donne bisogna coltivare
sempre un sogno, un progetto, una fede, non rassegnandosi alla banalità, alla bruttezza, al
grigiore, alla sopravvivenza. La stessa cura del creato, generatrice di un'armonia serena, a cui ci
ha rimandato ieri il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della pace, partecipa di questo
respiro più alto.
Giungiamo, così, a un'ultima riflessione un po' scontata. Ogni nuovo anno è una porzione di tempo
che ci è offerta. E proprio perché il tempo non è infinito come l'eternità, ha in sé la stimmata
della fine e, diciamolo pure (anche se questa parola è oggi esorcizzata), può avere in sé anche la
morte. L'augurio che, allora, vogliamo proporre a noi e a tutti è quello che ci ha lasciato un
grande pensatore come il cardinal Newman: «Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece
paura che non cominci mai davvero».
Mons. Gianfranco Ravasi